#22 SECCHIATE di MALAMOVIDA
E' finalmente giunto il momento di riappropiarsi della malamovida??
«Quando i tempi saranno giusti sarà malamovida. Venite, accorrete, scappate. Abbiamo bisogno di tutto il vostro entusiasmo. Manca poco. Cercateci.» [cit. da Malamovida]
Inverno 1966, Università di Strasburgo. Alcuni membri dell’Internazionale Situazionista riescono ad ottenere il controllo della sezione locale dell’Unione Nazionale degli Studenti di Francia e si servono dei fondi pubblici dell’Università per dare alle stampe e distribuire un numero sterminato di copie di un pamphlet incendiario: Della miseria dell’ambiente studentesco.
Il testo diventa presto uno dei simboli del ‘68 francese, contribuendo all’ascesa di un nuovo soggetto politico: lo studente. Nell’esporre la sottomissione dei giovani all’ideologia dello Stato, della famiglia e del sistema universitario, non si evocano mobilitazioni ‘tematiche’ e specifiche su questioni come guerra, colonialismo etc. ma si invoca una sistematica sovversione (gioiosa) dell’esistente. Fino all’anno prima a Strasburgo ha insegnato Henri Lefebvre e giovani situazionisti si sono votati al suo marxismo ludico:
Le rivoluzioni proletarie saranno delle feste o non saranno affatto, perché la vita che esse annunciano sarà essa stessa creata all’insegna della festa. Il gioco é la ratio profonda di questa festa. Le sue uniche regole saranno: vivere senza tempo morto e godere senza ostacoli” [cit. da Della miseria dell’ambiente studentesco]
Inverno 2026, Roma. NOT la casa editrice che ha reso swag la theory pubblica Malamovida - Manuale di entusiasmo immotivato e rivolta della fittizia Lara Gaber. I parallelismi con il mondo situazionista sono molti. A livello di contenuti e citazioni esplicite, ma anche perché Malamovida riporta in auge un troppo vitalista ormai dimenticato nella politica controculturale nostrana:
LA RIVOLUZIONE NON E’ UN PRANZO DI GALA MA NEANCHE UNA ASSEMBLEA TRISTE DOVE VANNO IN SCENA MACHO-COMPAGNI IN PREDA ALLA GERARCHICCAZIONE DELLE LOTTE o LE VITTIME DEL PRATO-FIORITO (il fù campo-minato) DELL’IDENTITY POLITICS [scritta apparsa sul muro dei cessi della redazione di Secchiate]
Ma andiamo con ordine. Intanto non si tratta di un libro sulla malamovida, il titolo è una furbata di marketing e delle migliori. Malamovida è una parola ridicola che immediatamente ti fa mettere in dubbio il quoziente intellettivo di chi la usa MA al contempo la sua continua ripetizione incontrollata nel dibattito pubblico italiano l’ha caricata di una qualche forza catalizzatrice.
Eppure, sebbene non si tratti di un libro sulla malamovida, concentrarci su questo fenomeno può aiutarci a comprendere meglio il valore del libro stesso pubblicazione.
La scorsa settimana Secchiate ha compiuto tre anni. Il tema del primo numero era proprio la movida, con la sua storia gloriosa è praticamente sconosciuta in Italia. Un’epopea notturna iniziata nella Spagna post-dittatura fascista di Francisco Franco: con una festa oltraggiosa in piazza Dos de Mayo nel 1976, immediatamente repressa dalle forze dell’ordine. Una festa che tagliò in due la storia del paese perché segnò simbolicamente l’avvio della Movida madrileña: la rivoluzione culturale che attraverso il mantra “frivolezza, cattivo gusto ed eccesso” prima ha preso possesso della notte di Madrid e successivamente ha alterato per sempre la musica, il cinema, l’arte spagnola.
E la malamovida che c’azzecca? Fedeli al nostro buon gusto non usiamo mai questo termine nella prima secchiata, lo stesso fa Lara Gaber che lo cita solo una volta in tutto il libro.
La malamovida è un’invenzione tutta italiana e non ha niente a che fare con la gioiosa trasgressione spagnola. Entrato nel linguaggio giornalistico tra la fine degli anni ‘00 e l’inizio degli anni ‘10, questo concetto è definitivamente istituzionalizzato dalla Federazione Italiana Pubblici Esercizi (FIPE) nella ricerca Le opportunità della movida. Andare oltre la deriva circense di centri e luoghi storici delle città italiane del 2013.
Nel report dello studio la malamovida è definita come una «degenerazione patologica che è una sorta di tumore della Movida» (p. 4). Venditori ambulanti, negozi take-away ed esercenti free-rider favoriscono «un consumo eccessivo e incontrollato di alcol» (p. 14) che porta con sé disturbo della quiete pubblica, mancanza di rispetto per il decoro urbano, etc etc etc. Una descrizione apparentemente oggettiva della realtà che deve essere analizzata con sospetto: quando certe parole diventano verità quotidiana, di solito hanno già fatto un bel pezzo di lavoro politico.
Beh prima c’è il livello base: come altri termini quali ‘le stragi del sabato sera’ negli anni ‘90 o ‘rave’ dal Covid in poi, malamovida serve a sostenere il costante panico morale italiano nei confronti delle PERICOLOSISSIME aggregazioni giovanili legate al divertimento notturno. Poi c’è il livello advanced, con il dispositivo-di-controllo-malamovida mobilitato nel tentativo disperato di ‘salvare’ esercenti e clienti buoni:
“Il dibattito sulla (mala)movida nel nostro paese riproduce una concezione dicotomica dell’urbano, con la movida come polo positivo, una socialità accettabile purché sia all’interno di contesti commerciali regolamentati (a livello legale ed estetico), e la malamovida come polo negativo, una socialità incentrata su l’eccesso alcolico che genera comportamenti anti-sociali e quindi degrado” [autocit]
Il giochino semantico di noi civilizzati vs loro barbari naturalmente cancella le complesse ed eterogenee forme di vivere la notte, ma soprattutto è utile a normalizzare il divertimento notturno per farlo diventare uno spazio di consumo accettabile. Si rifiutano e condannano le «culture dell’eccesso e dello sballo» (FIPE p. 8) - nonostante siano un fondamento nella storia della nightlife occidentale - in favore di un gusto addomesticato fatto di «qualità, responsabilità, stile nei consumi» (FIPE, p. 7).
Qualche anno fa, stanchi di tutto questo perbenismo nell’analisi italiana sui fenomeni notturni, siamo andati anche noi a scuola da Lefebvre - proprio come gli studenti di Strasburgo da cui siamo partiti. E ci siamo serviti del suo armamentario teorico e fare una ritmanalisi (sì, un’analisi dei ritmi) di una delle piazza più problematiche e controllate della (mala)movida torinese: Largo Saluzzo in San Salvario.
Uno dei grandi problemi del capitalismo avanzato per Lefebvre è la passivizzazione del cittadino-consumatore. In questa prospettiva, i locali serali della movida vendono una versione anestetizzata dell’esperienza notturna, con i dehor che si affacciano sulla piazza a mettere in scena una coreografia collettiva dai ritmi normati, con i clienti rinchiusi dentro una performance conformista di consumo civilizzato.
Nel resto della piazza — quello della (mala)movida che tanto preoccupa amministratori, residenti e giornali — i giovani tornano invece a prendere possesso dello spazio pubblico per bere, correre, giocare, fare casino, limonare. Qui non esiste un minimo comune denominatore: si sovrappongono abitudini ritmiche differenti, corpi, tempi e intensità molteplici. Quello che prende forma è allora un percorso di (dis)apprendimento collettivo delle forme attraverso cui siamo stati abituati e costretti a vivere la città.
Queste forme di sperimentazione di godimento e riappropriazione dello spazio urbano vanno assolutamente riconosciute e valorizzate. Ma è possibile fare un passo in più? Nel primo numero di Secchiate ci chiedevamo non a caso: “Quando tornerà (la notte) ad essere uno spazio fisico o simbolico dove raccogliere il coraggio per prepararsi alla lotta?” (con cit. musicale annessa)
E qui finalmente rientra in gioco Malamovida di Lara Gaber. Perché questo libro è un piccolo manuale di formazione allo spontaneismo armato di cassa dritta. Il racconto di un gruppo di amici che si vedono espropriati della piazza dove amavano incontrarsi e non si accontenta di lamentarsi. Rifiutano un destino fatto tavolini, energumeni in pettorina, cocktail costosi e food, per rispondere con aggregazioni giovanili rumorose, scritte sui muri e distribuzione di vinello gratis.
Un manuale di formazione che non rimane confinato nel piano locale della ‘propria’ piazza, ma si allarga alle strade di Roma invase da street parade informali, alla condivisione di altre piazze organizzate per i più svariati motivi, fino ad arrivare alla alla Palestina: “In molte comunità occidentali, la Palestina ha segnato un prima e un dopo. [...] la Palestina ha riacceso la possibilità di lottare”.
Come gli studenti di Strasburgo 60 anni prima, Lara Gaber si immola in un gesto ormai demodè: vivere i conflitti e raccontare come si risponde ad essi collettivamente e nella propria quotidianità , non come singoli ma con il proprio gruppo. Senza marco-analisi o grandi teorie, senza proporre soluzioni sistemiche, senza cercare legittimazione nell’esausto e ormai anacronistico armamentario controculturale del Novecento.
Per concludere, leggendo Malamovida un dubbio permane: cosa sarebbe successo se l’intellighenzia notturna italiana avesse intercettato prima questo fermento abbandonando il proprio elitarismo nei confronti di un fenomeno para-commerciale come la movida? Se, invece, di continuare a vendere scene e concetti del Novecento (underground, clubbing, free party, taz) avesse iniziato ad imparare e cospirare con le infinità di focolai che ci sono accesi nelle piazze della malamovida italiana…
Un operaismo notturno che forse Malamovida di Lara Gaber potrà dare una mano a concepire.
Buona lettura!
ESSI CI GUARDANO DALLE TORRI
Il giorno seguente, per ragioni ignote, si verificò un improvviso aumento di attività nelle torri di osservazione. La cosa cominciò durante la seconda metà della mattinata, e verso mezzogiorno, quando Renthall uscì dall’albergo per andare a trovare la signora Osmond, sembrava aver raggiunto il suo culmine. La gente se ne stava alle finestre e ai balconi, da un lato, dietro le tende, e indicavano in su, verso il cielo.
Quando abbiamo concepito La Bagarre, non ci sono state grandi riflessioni su cosa stessimo facendo: eravamo in quattro seduti a un tavolino del bar a bere Peroni in una ventosa serata di dicembre. Qualche giorno prima avevamo organizzato un fake-brindisi in piazza San Calisto, comprando circa venti litri di vino e distribuendolo gratuitamente ai nostri ignoti compagni di quella sera, una lotta silenziosa ai dispensatori degli elisir del divertimento; probabilmente in tutti noi stava crescendo un desiderio ancora inespresso di ammucchiare la gente, creare schiamazzi, così, tanto per stare insieme, tanto per ridere. «Come la vogliamo chiamà ‘sta roba? Ci serve un nome.» «Io la chiamerei Bagarre.» «Che vuol dire Bagarre?» «Boh, è ’na parola francese, significa tipo rissa, baruffa, bagarre insomma, il suono è già abbastanza esplicativo.» «Oh sì! La Bagarre.» «E va bene, chiamiamolo Bagarre.» «Eh no, La Bagarre.»
Tre giorni dopo eravamo pronti per cominciare: avevamo una cassa Bluetooth, il fornitore di vino e Roma in tutta la sua estensione. Dovevamo solo decidere da dove cominciare, poi sarebbe stato il tempo de LA GRANDE SCOSSA.
Roma è una città ferma ma confusionaria. Ai brevi cenni folkloristici a cui viene costretta si oppongono ristoranti turistici, poliziotti sempre più giovani, ragazzi con il mito di Berlino, giacche di pelle lunga, posture bohemien, tutto sommato poche cose da dire. A Roma i monumenti si stagliano silenziosi all’ombra di glorie passate, parate di trionfo, poesie scadute. Si preparano impalcature per proteggere queste reliquie, unico cenno di un presente mai arrivato.
I monumenti romani sono assorbiti da questi ponteggi allarmati, assumono nuovo fascino nella verticalità della conservazione, si nascondono e non celebrano più niente: nessun ricordo, nessuna azione, nessun concetto, nessuna persona, niente spade, niente patria, nessun dio. Una città morta sotto il rumore di nessuna bomba. Tutto è intatto, niente in costruzione, solo cantieri a lunga conservazione, senza operai: ferro e allarmi.
La gioventù «bene» si divide in cannaioli posttrap, filosofi alternativi, artisti decadenti, pettegolezzi da cinquantenni, cinismo mortificante e provocazioni scadenti, foto di donne che soffocano sotto buste di plastica e ombre al neon si riflettono sulle pieghe vivide del petrolio lavorato, feste a pagamento, quei cazzo di berlinesi, l’amore per l’Oriente, impalcature nell’animo, la depressione per caso, la depressione per necessità, la depressione per scopare: il fascino della tristezza dilaga, si pensa solo soffrendo, si può essere affascinante solo soffrendo, che cos’è la felicità?
Forse proprio per questo Roma è la città giusta da attaccare.
La sua è una morfologia particolare, interi quartieri fuori città, ettari di terreno inutilizzati, deserti, si decompongono nella loro integrità; nelle nostre intenzioni c’è solo il desiderio di occupare un luogo abbandonato: la città. Riprendendoci il nostro spazio ognuno nei suoi territori: troppo spesso corrotti dalle riqualificazioni chic delle birrerie artigianali o delle pizze con impasto idratato all’80%; troppo spesso in gestione a chi la città la vive per 48 ore e poi vola verso Firenze, Venezia, Assisi, Houston.
Ci è stato insegnato che siamo dei consumatori, ma la merce stavolta l’abbiamo scelta noi, nessuna imposizione pratica, nessuna imposizione intellettuale, niente pubblicità, i giovani che non hanno voglia di fare niente rivendicheranno questo esplosivo festaiolo, perché le bombe si rivendicano sempre.
«Non hanno l’intelligenza di comprendere che è proprio in momenti del genere che abbiamo bisogno di tutte le riunioni mondane che riusciamo a organizzare? Le persone si nascondono nelle stanze più buie delle case, come fantasmi spaventati. Dobbiamo tirarle fuori di lì, dar loro qualcosa che le spinga a stare insieme.» «Un gran ballo, diciamo, o una festa all’aperto.»
Ci sono torri di osservazione ovunque, eppure anche Ballard capisce che l’unica reazione a un sistema asfissiante, che vuole controllare anche il divertimento, è proprio uscire allo scoperto, sotto le torri, tutti insieme, e ballare, dimostrare a questo sistema che potrà anche essere più forte di noi, ma la sua esistenza è noiosa.
Nella Bagarre è essenziale che lo spazio sia in città e all’aperto. I rave hanno la pecca di essere dislocati, nascosti, e allora che cosa ne rimane dei luoghi della quotidianità? È una modalità di discorso, ma non può essere l’unica: bisogna rompere il cazzo nei centri abitati, perché noi esistiamo in quegli spazi e in quelli vogliamo continuare a essere, e tutto nella luce della notte, potendo riconoscere la persona che abbiamo a fianco anche se non la conosciamo affatto, ricordandoci che quella sera staremo insieme. Tutto il contrario dei club, luoghi bui, ambasciate dell’isolamento o di qualche dj messo su un piedistallo.
La Bagarre è un piccolo movimento di giovani di Roma, per una volta anche noi forse sappiamo essere ostili; la speranza rimane quella dell’inizio: una sera a Roma in ogni quartiere gli abitanti si saranno organizzati e rimbomberà tra i palazzi una tempesta musicale – allora sì, sarà LA BAGARRE,
e quindi
uscimmo
a riveder le stelle,
pezzi di merda!





