#16 SECCHIATE di ERBA
Oggi vi parliamo della nostra pianta preferita… e non è certo l’albero di Natale! Della sua proibizione (che ora anche basta), della sua legalizzazione (che insomma, dipende da come e perché)
“Non solo penso che la marijuana dovrebbe essere legalizzata. Penso che dovrebbe essere obbligatoria. Sono per la linea dura.
Pensateci: siete nel traffico, dietro qualcuno: POOO-POOO-POOOOO-POOOO! [rumore ripetuto del clacson]
«Piantala e fuma questa. È la legge!»”
Bill Hicks, One Night Stand (1991)
®️ LA DROGA
Le vacanze di Natale sono il momento dell’anno giusto per l’ennesimo rewatch di Boris. Pregusto già Stanis che, nella puntata Lo scalatore delle Ande, si ribella al copione: «Quando mai uno nella vita usa la parola droga, scusa? Tu usi la parola droga? “Dammi la droga”, “sono fatto di droga”?».
Stanis non ha tutti i torti: la droga (al singolare) non esiste, è piuttosto un’etichetta che appiccichiamo a un mucchio di sostanze che hanno effetti e rischi molto diversi tra loro. Un modo facile facile di fare beh.. di tutta l’erba un fascio (che poi di questi tempi va pure di moda).
Ed è proprio all’erba (o cannabis, marijuana, ganja, canapa indiana… chiamatela come vi pare) che dedichiamo quest’ultima secchiata del 2025! La droga più profumata e più consumata al mondo, ma proprio per distacco.
⚖️ 100 ANNI DI… PROIBIZIONE
Il 2025 è un anno simbolicamente molto importante per la nostra amata pianta: cento anni fa, a Ginevra, con la firma della seconda convenzione internazionale in materia di droghe, la cannabis assaporava per la prima volta il gusto amaro della proibizione. A proporla fu l’Egitto, con l’appoggio dell’Italia fascista e del Sudafrica del Nasionale Party (sì, quello dell’apartheid), e gran parte delle delegazioni che votarono a favore ammisero apertamente di non avere alcuna familiarità con la sostanza.
Dopo la Seconda Guerra Mondiale si presentarono diverse opportunità di approfondire la questione e prendere decisioni scientificamente più fondate (non solo riguardo la cannabis), ma vennero tutte inesorabilmente sprecate. I report sulle droghe, spesso incoerenti, superficiali, razzisti, erano fatti su misura per rispondere agli interessi e ai pregiudizi delle classi dirigenti dei paesi del Nord globale.
Nel 1955, i presunti esperti della World Health Organization sostenevano che la cannabis fosse «una droga pericolosa da ogni punto di vista, fisico, mentale, sociale o criminologico» che portasse in superficie «i vizi e le tendenze del subconscio», sebbene certi «fattori razziali» potessero influenzarne gli effetti.
È anche sulla base di queste grottesche valutazioni che nella Convenzione Unica del 1961 la cannabis e la sua resina finirono dritte in Tabella IV, la più rigida in assoluto, in origine condivisa soltanto con altre tre sostanze, tutte e tre della famiglia degli oppioidi (eroina, ketobemidone e desomorfina). Grazie e arrivederci.
Devono infatti passare sessant’anni (!!) perché la WHO si riveda e finalmente riconosca il potenziale terapeutico della cannabis e l’incomparabilità della sua capacità di abuso rispetto a quella delle altre sostanze che ne condividevano la classificazione. Tutto risolto? Manco per sogno! Seppur dal 2021 la cannabis non è più in Tabella IV, resta comunque prigioniera della Tabella I - la seconda più severa - assieme a cocaina, fentanyl e ossicodone.
💸 ERBA NON OLET
Proibita o meno, di erba ne è stata coltivata, venduta e fumata a tonnellate, tanto da spingere un numero crescente di paesi a “interpretare”, raggirare o violare apertamente la Convenzione Unica. Alcuni hanno depenalizzato o decriminalizzato la coltivazione, il possesso e la vendita (a certe condizioni) e, più recentemente, altri sono arrivati a legalizzare l’intera filiera produttiva e distributiva.
Nel 2012 i primi a legalizzare la cannabis a scopo ricreativo sono stati il Colorado e lo Stato di Washington. Seguiti nel 2013 dall’Uruguay e poi da altri ventidue stati nord-americani e diversi paesi in giro per il mondo.
Però attenzione: legalizzare l’erba vuol dire un sacco di cose diverse. Coltivazione domestica, coffee-shop, cannabis social club, farmacie o mega-store? Legale solo per i residenti o per tuttə (coloro che hanno raggiunto la maggiore età)? Solo cannabis o anche hashish, concentrati, space cake e orsetti gommosi? Come regolamentare la visibilità, fisica e virtuale, del luogo di vendita? Come regolamentare il packaging dei prodotti? Come regolare la tassazione e come regolare - se regolare - i prezzi? Quali sono i criteri in base ai quali si analizza, valuta ed eventualmente corregge la normativa?
Negli Stati Uniti, patria di Gordon Gekko e Milton Friedman (che purtroppo, a differenza del primo, non è un personaggio di finzione), nonché delle leggi Jim Crow e della mass incarceration, a prevalere non poteva che essere una legalizzazione coerente col paradigma capitalista.
Fino a ieri centinaia di migliaia di persone, in larga maggioranza neri e ispanici, finivano dietro le sbarre per aver spinto qualche grammo o qualche etto d’erba. Oggi c’è chi ne vende a quintali: gente perlopiù nata e cresciuta in quartieri che la polizia non batte a tappeto e che ha studiato in università private.
Gente che fattura milioni, ci paga (troppo poche) tasse e, come i lobbisti delle industrie dell’alcol e del tabacco (che non a caso stanno puntando forte sulla cannabis), reinveste una parte dei ricavi per screditare ogni studio e affossare ogni legge che ne minacci i profitti. Limiti al contenuto di THC? No, grazie. Regolamentare l’uso dei pesticidi? Magari un’altra volta. Alzare le imposte? Non credo proprio.

🥦 WEEDOPIA
L’associazione tra l’erba e la controcultura degli anni ’60 e ’70 non deve infatti illuderci che lo stesso sistema che un tempo l’avversava non sia oggi perfettamente in grado di addomesticarla e monetizzarla. E menzogne e demonizzazione a cui abbiamo assistito per decenni, non devono farci credere alla menzogna opposta, ovvero che il consumo di cannabinoidi non comporti rischi di sorta. Perché non è così.
Dobbiamo prendere atto di vivere nell’era di quello che David Courtwright ha definito capitalismo limbico, un sistema tecnologicamente avanzato ma socialmente regressivo in cui sempre più prodotti sono ingegnerizzati per hackerare i meccanismi di ricompensa della parte primitiva del nostro cervello (il sistema limbico, appunto) e indurci al consumo compulsivo: cibi ipercalorici, bevande zuccherate, pornografia, gioco d’azzardo, app. Sarebbe piuttosto ingenuo credere che una droga debba fare eccezione.
Chi vuole legalizzare l’erba deve quindi innanzitutto chiedersi quale sia il suo fine. Se vuole soltanto «fasse ‘na canna tranquillə, pe’ strada senza rischio de bevuta» (prendendo in prestito le parole della Villa Ada Posse, che però vuole molto di più), un modello di legalizzazione vale l’altro. Se invece l’idea è quella di farsi una canna tranquillə in una società un pelo più giusta e solidale, in cui l’espansione dei consumi, specie tra i più giovani, rimane una preoccupazione sanitaria anziché diventare un target di mercato, allora tocca fare in modo di rimuovere (o quasi) il profitto dall’equazione. Un esempio? Legalizzare la sola autocoltivazione domestica e quella in forma associata e senza scopo di lucro, sul modello dei clubes de membresia uruguaiani.
Tutto sta nel trovare un equilibrio: una legalizzazione troppo rilassata e business-oriented rischia di fare più danni di quanti ne prevenga; una troppo stringente non sarebbe in grado di competere e vincere contro il mercato nero.
Per noi italiani, in ogni caso, il problema non si pone, impantanati come siamo tra il mancato referendum, il populismo penale della destra e l’inerzia dell’opposizione (non chiamiamola sinistra). Quindi? Lasciate ogni speranza, voi ch’intrate?
Mai! Primo, perché il contesto globale in tema di politiche sulle droghe sta evolvendosi parecchio in fretta, e la crisi del proibizionismo è ogni anno più profonda. Secondo, perché se una battaglia è giusta (o almeno la si crede tale), allora bisogna combatterla fino in fondo. Del resto, il grande Eduardo Galeano diceva che l’utopia è come l’orizzonte: tu fai due passi avanti, quello si allontana di due passi. Tu fai tre passi e quello si allontana di tre passi. Allora a che serve l’utopia? Serve a camminare.
E tutto questo io lo so non perché abbia letto Galeano, ma perché ho visto Boris:
Numero curato da Maurizio Cianchella
Uno sventurato che, senza troppo entusiasmo e a fasi alterne, ha portato avanti quella che potremmo definire la parodia di una carriera accademica, culminata e probabilmente conclusasi nel 2025 con il titolo di dottore di ricerca. Si occupa di politiche sulle droghe, ma vorrebbe smettere. O almeno, smettere di farlo a titolo gratuito.
🐓 Per approfondire:
The Complete history of Marijuana in un’ora di documentario
How to regulate cannabis, una guida pratica sulla regolamentazione della cannabis edita dalla Transform Drug Policy Foundation
Reefer Madness, un exploitation movie americano del 1936 che demonizza la cannabis e i suoi consumatori
Legalizzare l’erba in italia? Supporta MeglioLegale!
L’onda verde, il podcast italiano a cura di Leonardo Fiorentini
La storia delle droghe e del proibizionismo in Italia? La minaccia stupefacente di P. Nencini
Il XVI Libro bianco sulle droghe, l’ultima edizione del rapporto indipendente sulle politiche sulle droghe in Italia
Il libro di riferimento per la storia delle politiche internazionali sulle droghe: Drug Diplomacy in the Twentieth Century, di W.B. McAllister
Se volete capirci qualcosa in più di capitalismo limbico, dipendenze e sete di profitto, The Age of Addiction. How bad habits became big business di D. Courtwright è il libro che fa per voi
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