#13 SECCHIATE SULLA FOODIFICATION
Parliamo di distese di dehors e club chiusi, di Malcom Mc Laren e cappuccini che pacificano, dello spettro del lavoro precario, di Risto Reich e di quanto (non) durerà un nuovo ristorante.
“Venerdì sera? Ci vediamo?”
“Va bene, ma non andiamo nel ristorante dell’ultima volta perché abbiamo speso 50 euro per mangiare due cazzate”
“Tranqui, ho da proporvi una nuova trattoria troppo cariiiiiinaaaaaa!”
🍜 Ama il cibo, odia il food
Quante volte vi è capitato un dialogo simile nel gruppo whatsapp con i vostri best mates? Immagino spesso, specialmente se avete tra i 30 e i 45 anni e vivete in una città con (almeno) una zona ricoperta di dehors, in cui si susseguono in ordine casuale pizzerie, trattorie contemporanee, gelaterie artigianali, mixology, ristoranti “etnici”, polpetterie, birrerie, mangerie…
Ma quand’è che ci è partita ‘sta ossessione per la tavola?
I curatori di questo numero di Secchiate hanno pubblicato qualche anno fa il primo libro in Italia sulla “foodification”, in cui esploravano come la ristorazione stia ridefinendo le geografie urbane e psicosociali delle nostre città. La foodification è ovunque, nei reel di Instagram e Tik Tok, in prima serata, perfino La Repubblica è arrivata a parlarne, ma è soprattutto nel mondo fisico.
Disclaimer: NOI AMIAMO IL CIBO, MA ODIAMO IL FOOD.
Quello che non riusciamo a comprendere, e ad accettare, è questa mania che trasforma qualsiasi accadimento sociale in un menù particolare e ricercato, in un continuo inseguimento dei tormentoni spinti da chef trasformatisi in vere e proprio rock star, mentre noi poveri comuni mortali inseguiamo il sogno facendo la spesa da LIDL nella ‘Settimana Greca’, tentando la ricetta del filetto alla Wellington nella mai sufficientemente attrezzata cucina di casa.
Insomma, non ci va giù che il food sia diventato il medium dominante attorno cui far girare la nostra socialità, arrivando di fatto a ridefinire e a plasmare anche le nostre serate. Ma quando è iniziato tutto questo?
🥂 Il food si è mangiato la notte
Iniziamo con un affresco storico facile.
Fine anni ‘90, Torino, Murazzi: concerto roccherroll alle 22,30, capatina al CSA a pogare, scambi due parole con Peppo Parolini (primo arrestato a Torino per eroina, fomentatore di rivolte carcerarie e presidente (autoproclamato) della Libera repubblica dei Murazzi) che ti regala l’ultimo numero di Polvere - il giornale di strada di Torino, vai a presenziare al dj set dell’amico Edo all’Aqua e poi chiusura da Giancarlo a ballare (musica raccapricciante) fino all’alba. Zero limoni, as usual. Per finire, panino al porcaro o spiedini-di-non-si-sa-cosa dalla signora magrebina per provare a ripigliarsi prima di tornare a casa.
Anno 2018, scendi ai Muri, lato destro, ti guardi intorno e non c’è più niente, deserto, la disperazione ti assale come cantano i Cibo:
Anno 2025, sempre Murazzi, sempre lato dx, ti trovi in ordine: EDIT, il birrificio diventato celebre per il suo fallimentare tentativo di gentrificare Barriera di Milano; un ristorante dai “piatti particolari”; un sushi brasiliano (WTF?); una vermoutheria; Capodoglio, il locale dei bravi ragazzi della sinistra Willie Peyote e Pippo Civati, ad offrire un tris spettacolare fatto di pizze RIGOROSAMENTE lievito madre, cocktail a 12 euro e un’offerta culturale versione ‘oratorio’ dei Murazzi che furono; ennesimo locale per mangiare; e ciliegina-sulla-torta il nuovo Gianca che del vecchio locale ha tenuto - letteralmente - solo il cesso. Bello esposto in una teca di vetro, tipo un triste museo delle cere della movida.
Insomma, il caso Murazzi rende l’idea del ribaltamento completo avvenuto nel nostro modo di divertirsi negli ultimi 20/30 anni. Come riassume bene Samuel dei Subsonica: ai tempi si usciva per andare a sentire un concerto, un dj set, uno spettacolo teatrale, e poi incidentalmente si mangiava qualcosa, magari per abbassare il livello alcolico. Ora è tutto il contrario: si esce per un aperitivo o cena fuori e pooooi accidentalmente può capitare qualcos’altro, magari una di quelle penose situazioni in cui la performance è un contorno a gente che si abbuffa e urla al cameriere di portare la prossima portata.
Attenzione però, la foodification non è nata ieri e non tocca solo l’Italia. Malcolm Mc Laren - aka il manager dei Sex Pistols e grande ladro della black culture newyorkese: reperto 1 e reperto 2 - già nel 1999 schifava la cappuccino bar culture che stava trasformando Londra in una “stupida città” piena di caffetterie e ristoranti. E prima di lui, la sociologa Sharon Zukin criticava la pacification by cappuccino di New York, ovvero la normalizzazione e domesticazione delle culture di strada grazie alla proliferazione di cafè per consumatori rispettabili e innocui. Una versione soft e ripulita (che piace anche a ‘sinistra’) della tolleranza zero di Rudolph Giuliani.
Foodification, mon amour
Ma è negli ultimi dieci anni che il food ha avuto un’accelerata, in parallelo con la crescita del turismo enogastronomico, il cui valore mondiale nel 2022 è stimato attorno ai 805,9 miliardi di dollari. L’Ente Nazionale Italiano per il Turismo riporta infatti una crescita del settore pari a 176% in dieci anni, con 365 milioni di euro spesi da visitatori stranieri solo nel 2023.
La storia recente di Torino parla da sè: dopo la chiusura dei Murazzi nel 2012, la gentrificazione in chiave food ha colpito rapidamente prima il quartiere di San Salvario e poi Vanchiglia con “la progressiva scomparsa dei tradizionali commercianti di prossimità, sostituiti da importatori di prodotti francesi di qualità, gelaterie bio dove è possibile comprare pane lievitato naturalmente, birrerie artigianali” (Semi, 2015).
E ovviamente non riguarda solo Torino. A Bari, Bologna, Palermo, la nightlife si sta inesorabilmente foodificando. Mentre le occasioni di assistere ad un concerto o godersi una qualche tipo di performance artistica stanno pericolosamente diminuendo. Per non parlare del clubbing, alle prese con una crisi profondissima, con la SIAE che stima quasi tremila discoteche chiuse dal 2010 al 2023.
Anzi, se ci fate caso, dove un tempo c’era un dancefloor, oggi c’è una trattoria alla moda o, peggio, un supermercato.
Sempre a Torino, oltre ai sopracitati Murazzi, abbiamo lo Chalet - club storico in cui hanno suonato davvero tipo TUTTI - trasformato nel decimo ristorante della catena Maxela, il Big e lo Zoo Bar sono diventati dei Sushi, il Naxos dopo varie peripezie è un punto vendita dei supermercati Basko e l’Hennessy che da patria dei cabinotti si è convertito nel ‘home family restaurant’ Mucca Pazza. Ultimo caso quello della Rotonda vicino a Torino Esposizioni: allo spazio discoteca integra due ristoranti per “un’esperienza completamente immersiva”… qualsiasi cosa questo possa significare.
Guardatevi intorno nelle vostre città e diteci se sbagliamo.
I tempi in cui era stimolante culturalmente ed economicamente sostenibile aprire o gestire un club sembra pressoché finiti. Al contrario la ristorazione sembra essere il business model vincente di oggi.
Ma siamo proprio proprio sicuri che sia tutto oro ciò che luccica?

💨 Tutto fumo e niente arrosto 🍖
Mentre l’algoritmo non smette di perseguitarci con l’apertura della nuova trattoria del Franchino di turno (no, non il compianto idolo di noi nottambuli) o con l’ultima trovata di Briatore, i dati ci raccontano qualcosa di molto più complesso.
Da un lato c’è il boom dei consumi alimentari fuori casa, in Italia hanno generato circa 92 miliardi di euro solo nel 2023, con oltre 330 mila imprese e 1 milione di dipendenti impiegati nella ristorazione (aka il 5% di tutti gli occupati nel nostro apese). Facciamo un semplice e tristissimo confronto: l’intero settore culturale occupa circa 825.100 persone, pari appena al 3,5% della forza lavoro nazionale.
Tuttavia, sempre nel 2023-2024: a fronte di 10 mila nuove aperture, circa 30 mila ristoranti sono semplicemente FAL-LI-TI. E non è finita qui: A CINQUE ANNI DALL’APERTURA, LA METÀ DELLE ATTIVITÀ DI FATTO NON SOPRAVVIVE.
È il capitalismo baby o, come dice la Federazione delle Imprese di Ristorazione, così tante chiusure non sono per forza “una cattiva notizia se questo significa un rafforzamento delle competenze e un aggiornamento dei format”. Con buona pace dei piccoli pesci sacrificabili che si sono indebitati per seguire il sogno.
In più c’è sempre lo spettro del lavoro precario che si aggira indisturbato tra fornelli e banconi. Ripescando il secondo leggendario numero di Secchiate, Alessio Kolioulis ci spiegava infatti che “le forme peggiori di sfruttamento e precarietà avvengono proprio di notte (...) con lavoratori sottopagati, sfruttati, che fanno turni da 12 ore, sei giorni alla settimana nelle cucine a 50 gradi…. eccovi servite le nuove fabbriche”.
Il tutto tranquillamente giustificato con frasi tipo: “che ci vuoi fare, la ristorazione è così”, come sottolinea Luigi Chiarella in Risto Reich. Un mantra che di fatto chiude ogni spazio di critica, normalizzando turni infiniti, gerarchie tossiche, ritmi disumani e condizioni di sfruttamento. Il discorso di chi comanda, invece, non cambia mai: “ai miei tempi c’era più voglia di fare sacrifici”. Tradotto: non è il settore ad essere malato, la colpa è di giovani debosciati. E per non farsi mancare nulla, si continua a ripetere che quello del rider è solo un lavoretto, perché in fondo “tutti da giovani abbiamo consegnato pizze”.
La triste verità è che chi oggi osanna food e turismo come strategia vincente per il futuro delle nostre città sta di fatto puntando su un mare di sfruttamento e precarietà.
E non è tutto. All’orizzonte si profilano nuove forme di neo-colonialismo travestito da iper-turismo, con le città italiane – soprattutto quelle al Sud – trasformate in parchi tematici dove le trattorie “autentiche” diventano vetrine per attirare turisti facoltosi, mentre i residenti non possono più permettersele.
Torniamo quindi al dialogo iniziale, a quel venerdì sera da sistemare scegliendo il posto giusto dove cenare. È questa la prospettiva delle nostre città? Dal “con la cultura non si mangia” siamo arrivati al: si mangia e basta, sempre, ovunque, soprattutto di notte. E mentre ci perdiamo dietro piatti e nuovi format di cucina, si consumano nell’indifferenza la chiusura di club e lo svuotamento degli spazi musicali e artistici, cancellando definitivamente il loro potenziale creativo e sociale.
Numero curato da Paolo “Tex” Tessarin e Marco Perucca
Foodification.it nasce dall’incontro tra Paolo “Tex” Tessarin e Marco Perucca, ispirati dai lavori di Wolf Bukowski e Giovanni Semi. Dal 2016 raccontano come il cibo abbia trasformato le città: dalla Torino del Salone del Gusto ed Eataly fino alla gourmet gentrification che segna i nostri quartieri. Ne sono nati uno spettacolo teatrale (2017), un blog e un libro per Eris Edizioni (2022), tutti dedicati a svelare vizi, contraddizioni e derive della Capitale del Food e oltre.
Linksss
Il primo storico numero di Polvere - il giornale di strada di Torino
Gentrification - tutte le città come Disneyland, Giovanni Semi 2015.
Intervista a Samuel su Rolling Stone
Il rant di Malcolm Mac Laren contro Tony Blair e la cappuccino bar culture
Leggete Risto Reich di Luigi Chiarella
Report Minicifre della cultura sulle persone occupate nella cultura
Report FIPE sulla ristorazione
Per consigli, collaborazioni, correzioni, feedback di ogni ordine e grado potete scriverci a ciao.secchiate@gmail.com oppure contattarci su Instagram







Da milanese: quanta verità
Ottimo numero