#12 SECCHIATE di SOLDI SULLA MUSICA
Parliamo di conglomerati finanziari, festival di musica & terrore geopolitico, cultura come asset, Pac-Man e del bubbone che sta per esplodere
🎪 FROM ECSTASY TO ECONOMY
Lo scorso giugno abbiamo scoperto che una parte dei grandi festival musicali (e, in generale, tutto ciò che ci viene venduto come fantomatiche “esperienze collettive”) non è altro che una quota di diversificazione di enormi conglomerati finanziari. Il casus belli ha riguardato il festival-istituzione della musica elettronica, il Sonar di Barcellona: la società che lo gestisce, Superstruct, è stata acquisita dal fondo di investimento KKR, attivo nel settore degli armamenti e in diverse società israeliane che operano nei territori palestinesi occupati.
Non è una novità. Gli anni post-Covid hanno visto la finanza mettere le mani su un sacco di realtà credibili: la webradio NTS ha ceduto il 25% della sua “sovranità” a Universal Music Group; o ancora il marketplace "della musica indipendente" Bandcamp è stato acquisito da Epic Games (si, proprio quelli di Fortnite) per essere venduto - dopo il taglio di metà dei dipendenti - a Songtrdr: Colosso US del music revenue system.

Gran parte delle testate di settore (sognando magari di subire la stessa sorte) si limitano a copiare e incollare statement paraculi del tipo: “ci permettono di mettere il piatto a tavola ma tranquilli, MAI E POI MAI potranno esercitare pressioni sulla nostra linea artistica”. E dopo i primi giorni di buzz disorganizzato — composto per il 90% da virtue signaling [trad. attivismo di facciata, hai presente quelli che esprimono la propria opinione per dimostrare quanto sono giusti?] — non cambia nulla. Almeno fino al prossimo annuncio di vendita.
Siamo sicuri che anche le recenti polemiche sul Sonar lasceranno presto spazio ad articoli sponsorizzati, tristi mockup di copertine per riviste digitali e branded content di vario tipo. The show must go on e non saranno certo i soldi sporchi del sangue di 50.000 civili a fermare un business miliardario che, al contrario dei club, continua a staccare dividendi succulenti.
CON UNA MANO SI PROMUOVE IL “DIVERTIMENTO SENZA PENSIERI”, CON L’ALTRA SI SOSTENGONO GUERRE E TERRORE GEOPOLITICO. ECCO LA MAGIA DELLA FINANZIARIZZAZIONE DELLA MUSICA.
🎮 A CHE GIOCO STIAMO GIOCANDO?
Attenzione: il problema esisteva anche prima di tirare in ballo armi e turbo-imperialismo. Questo flusso ingente di capitale è problematico sotto ogni punto di vista. Tanto per cominciare ingrassa per lo più la fascia alta dell’industria musicale, alimenta un mercato ipercompetitivo e alza i costi per tutte le realtà più piccole che per sopravvivere si vedono costrette a sputare sangue rincorrendo modelli inarrivabili. Il risultato? Una scena meno accessibile, meno viva, meno diversificata. È un danno concreto alla biodiversità culturale, e persino a quella “concorrenza” tanto cara al capitale stesso, a parole la esalta ma nei fatti la strangola.
LA DOMANDA E’ MOLTO SEMPLICE: ABBIAMO DAVVERO BISOGNO DI TUTTA QUESTA FINANZA NEL MONDO DELLA MUSICA?
Il mercato lo immagino come una gigantesca partita a metà tra Pac‑Man e Agar.io. Parti con uno sprint, cresci, impari a muoverti nell’arena. Ma basta un attimo di distrazione, e BOOM: una pallina più grossa ti inghiotte e ti ritrovi all’end screen. Se sei arrivato abbastanza lontano, quella pallina era un fondo d’investimento che ti ha gentilmente donato un TFR gigantesco, ma diciamoci la verità: il più delle volte il gioco si chiude e resti senza nulla. Chi fa le regole si giustifica dicendo che però ogni tanto — per qualche raro allineamento dei pianeti — ti capita pure un power-up, ci corri incontro e per una volta sei tu a mangiare la pallina più grande.
Quello che però non dice è che più aumentano le disuguaglianze e gli squilibri finanziari nel sistema, più quei power-up diventano semplicemente leggende metropolitane. Per i finance bro che ci leggono: stiamo parlando di accesso al credito, opportunità di mercato, politiche pubbliche intelligenti. Tutte cose importanti ma che più sei piccolo, più ti sfuggono.
Diamo allora un nome a queste palline aggressive che si fanno sempre più grosse: venture capitalist, fondi d’investimento e conglomerati finanziari che acquistano festival, club, label, riviste, radio. Ma non siamo più negli anni ‘90 con le major ad estrarre capitale (sub)culturale dall’underground, oggi la cultura si trasforma in asset. Cambia proprietario a grande velocità, seguendo logiche completamente slegate da ciò che l’ha generata. Festival, radio, etichette vengono spostati da un portafoglio all’altro come se fossero titoli azionari — spesso nemmeno per volontà dei loro fondatori, ma in un effetto domino di acquisizioni più grandi.
Ogni cambio di mano porta uno shock: alla programmazione, ai valori, al rapporto con artisti e pubblico. Eppure, da fuori, tutto sembra fluido: il logo resta, l’Instagram va avanti, l’interfaccia è la stessa, il content genera interazioni. Solo che ora quel logo è una piccola riga in un portafoglio da miliardi. L’appartenenza è in vendita, esposta in una tabella Excel di diversificazione del rischio.
💬 PARLIAMONE?!
Troppo facile scaricare la responsabilità sempre e solo sul pubblico come ormai siamo abituati a fare. Il problema è a monte. Sono gli addetti ai lavori — programmatori, curatori, editori, promoter, direttori artistici, agenzie e chiunque oggi abbia in mano un microfono, una line-up, una newsletter o un palinsesto — a doversi chiedere: vogliamo darci delle nuove regole che rispondano ad altre necessità oltre a quelle della finanza? quale tipo di scena vogliamo costruire? a chi vogliamo rispondere?
Serve un’assunzione collettiva di responsabilità. Ricordiamoci che possiamo rifiutare il compromesso sistematico, il ricatto del "così funziona il mercato". Anche e soprattutto perché la coperta è corta, per rimanere dentro alla metafora videoludica: il campo inizia a restringersi. I più arguti si lamentano degli algoritmi, dei biglietti troppo cari, delle dinamiche tossiche del soldout a tutti i costi. Imperterriti però si continua a ignorare la causa strutturale: è il gioco a essere truccato. E che così com’è, premia solo la crescita incontrollata, la rendita, la concentrazione.
Eppure tra il rave che sa di birra calda e ruggine e il mega festival con i pagamenti contactless direttamente dal braccialetto brandizzato, ci sono mille sfumature. Proviamo a immaginare realtà economicamente sostenibili ma rispettose verso il pubblico, gli artisti e sopratutto se stesse. E proviamo a dare forza a queste realtà. Proviamo a creare un sistema che limiti le speculazioni, in cui il profitto è importante ma secondario, in cui il denaro è uno strumento e non un fine. Un sistema in cui la musica, l’esperienza e la comunità tornino a essere la struttura — non solo storytelling. Se non vogliamo farlo per questioni etiche facciamolo almeno perché il mercato stesso ci sta lanciando degli avvertimenti, il bubbone potrebbe esplodere da un momento all’altro.
SE VOGLIAMO CHE QUALCOSA SOPRAVVIVA, DOBBIAMO IMPARARE A RICONOSCERE DOVE FINISCE L’INDIPENDENZA E DOVE INIZIA L’ESTRATTIVISMO. A SCEGLIERE CON LUCIDITÀ COME VOGLIAMO CRESCERE. APRIAMO UN DIBATTITO SERIO PER CAPIRE COME CONIUGARE LE PAROLE BUSINESS ED ETICA, PER DARE UNA NUOVA FORMA ALLA NOTTE.
Numero curato da Duetempi
Ha 28 anni e lavora come progettista. Vive in un appartamento condiviso a Venezia e da dieci anni ha a che fare con il mondo della notte, a vario titolo.
Non ha risposte pronte sui temi affrontati in questo numero di Secchiate, ma un sacco di domande. A cui si può rispondere solo discutendone insieme, per davvero, non quella roba che facciamo sui social (però lo trovate qui!). Se sei d’accordo e soprattutto se non lo sei, puoi scrivergli a questo indirizzo, creato apposta per continuare la conversazione: harshquestions@proton.me
Linksss
Andrea Benedetti su Sonar, KKR e l’ipocrisia che ci circonda
Shawn Reynaldo sull’ipernormalizzazione del music business
Darren Hemmings sui cambiamenti da apportare per cambiare ‘musica’
Politica della scala e festival musicali by Four Thing
Il libro da leggere sotto l’ombrellone: Selling the Night di Andy Crysell
Per consigli, collaborazioni, correzioni, feedback di ogni ordine e grado potete scriverci a ciao.secchiate@gmail.com oppure contattarci su Instagram






La sfida è sempre la stessa. Come fa Venezia, villaggio di palafitte, a tenere testa all’impero turco? Fa le cose diversamente.
Bello lo spunto su come si fa a fare cose diversamente che scrivi anche tu, Giulio.
Per mia esperienza non ho mai vinto contro i grossi con la forza, ma sempre con la furbizia.
Viva la musica!